Lotta al Bullismo, vincere si può!

Servizio di Linda Marino | Fotografie Michela Taeggi

Da una parte ci sono loro, i bulli, quelli che a scuola non rispettano le regole, pensano che studiare sia una perdita di tempo e vogliono continuamente dimostrare agli altri, e a se stessi, di essere dei leader, prendendosela con i più deboli. Il bullo non chiede scusa, non dice grazie, né tantomeno prego. Non aiuta gli altri, non ha rimorsi né sensi di colpa. La sua vittima designata? Il coetaneo introverso, impacciato. Colui che non ha amici, che quando viene deriso si chiude in se stesso, soffrendo in silenzio. Spesso la vittima viene scelta in base a una sua caratteristica fisica: è troppo magra; ha qualche chilo di troppo; è bassa. In Italia, secondo l’ultima indagine fornita dall’Istat, nel 2014 un ragazzino su due, tra gli 11 e i 17 anni, è stato vittima di bullismo o di cyberbullismo (la violenza perpetrata on line). Il fenomeno ha interessato soprattutto le ragazzine (oltre il 55 per cento, contro il 49,9 per cento dei maschi). Dietro a questi numeri  e percentuali ci sono adolescenti che soffrono e che spesso vedono come unica soluzione ai loro problemi, quella di farla finita. Lo ha fatto di recente una ragazzina di Pordenone, che stanca delle continue vessazioni subite, si è gettata dalla finestra, riuscendo miracolosamente a salvarsi. Dunque non solo storie tristi, ma anche quelle a lieto fine. Vincenzo, Cristina, Giuseppe ed Emanuela raccontano come hanno fatto a uscire dal vortice di odio e prepotenza che si era abbattuto contro di loro.

Vincenzo Vetere, 21 anni.

Vincenzo Vetere, sistemista informatico di Magnago, provincia di Milano. Tredici anni di violenza verbale, psicologica e fisica. Avevo 6 anni quando è iniziato il mio incubo, frequentavo la prima elementare. Fino a quel momento ero un bambino sereno, desideroso di imparare e fare nuove amicizie. Sin dai primi giorni di scuola, però, i miei compagni di classe hanno iniziato a prendermi in giro perché ero molto magro, e questo mi portava a isolarmi. E’ andata così fino alla quinta elementare: chiuso in una bolla di solitudine. Alle scuole medie speravo che la situazione migliorasse. Mi sbagliavo. Lì gli atti di bullismo sono diventati più gravi: ho ricevuto le prime botte, schiaffi e pugni fuori dalla scuola, solo perché non avevo le sigarette in tasca o per altri futili motivi. Nel 2009 mi sono iscritto alla prima superiore:  compagni nuovi, nessuno conosceva la mia storia o sapeva chi fossi.  Inizialmente sembrava che tutto andasse bene, ma dopo qualche mese, anche lì sono diventato oggetto di scherno. Come se non bastasse, sui social network mi inviavano dei messaggi a sfondo sessuale, sostenendo che fossi gay, oltre che intimidazioni e offese alla mia famiglia.

Vincenzo Vetere, 21 anni.

Speravo che quell’ incubo finisse, e invece no, quelli non si stancavano. Un giorno mi sono guardato allo specchio e ho dovuto fare i conti con lo stress psicologico al quale ero sottoposto da anni: avevo delle chiazze sulla testa e vedevo cadere intere ciocche per terra. Pochi giorni dopo, la diagnosi è arrivata come un pugno nello stomaco: alopecia, la perdita di capelli che può portare alla calvizie. Una malattia che ho curato, ma che a quell’ epoca mi ha reso ancora più fragile e vulnerabile, dal momento che  a scuola nessuno la smetteva di prendermi in giro. La quinta superiore è stata un incubo: un anno senza nemmeno un compagno di banco con cui parlare, col solo desiderio di conseguire la maturità. L’ultimo giorno di scuola sono rinato: lasciare quell’ edificio a testa alta, senza dover più subire gli sguardi severi degli altri, mi ha donato una sensazione di leggerezza e libertà mai provata prima. Per aiutare chi sta soffrendo, un anno fa ho fondato l’ Acbs, l’Associazione contro il bullismo scolastico, che dà supporto alle vittime del bullismo, attraverso  dibattiti nelle scuole, colloqui e il supporto di psicologi. Un piccolo aiuto che ogni giorno mi rende fiero di me stesso.

Giuseppe Vetere, 27 anni.

Giuseppe Vetere, commesso di Magnago (Milano). Ho lasciato la scuola a 15 anni perché non avevo più la forza di lottare contro i bulli. Le aule, i corridoi, la palestra, erano tutti luoghi dove la prepotenza dei miei coetanei si palesava contro di me. Avevo dieci anni quando sono stato vittima del primo atto di bullismo.  Ero all’oratorio con mio fratello minore, Vincenzo, quando un gruppo di ragazzini si è avvicinato a noi, iniziando a insultarci e persino a sputarci. Non contenti, uno di loro ha fatto mangiare a mio fratello il terriccio del cortile.  Arrivati a casa, abbiamo detto tutto ai nostri genitori. Che non lo avessimo mai fatto: da quel momento tutto il paese ha iniziato a prendermi in giro perché avevo raccontato dell’accaduto a mamma e papà. La scuola media è stata un inferno: i miei coetanei  mi lanciavano sguardi pieni di odio, diffondendo voci sul mio conto del tutto infondate: dicevano che facevo vedere filmati pornografici ai bambini. Per giorni e settimane ho sentito gli occhi di tutti puntati su di me. Era come se la gente mi avesse messo alla gogna. Poi, il tempo mi ha scagionato da ogni subdola accusa, ma l’odio nei miei confronti era più vivo che mai. Sono tanti i tristi ricordi che affollano la mia mente: a undici anni dei ragazzini mi hanno invitato ad andare a fare una passeggiata in un bosco vicino a casa mia. Li ho seguiti contento, ma una volta lì, si sono dileguati tutti, lasciandomi da solo con la paura che non avrei più ritrovato la strada del ritorno. Solo dopo un’ora sono riuscito a ritornare al paese.

Giuseppe Vetere, 27 anni.

Alle superiori è andata  peggio. Neanche sul pullman che mi portava a scuola potevo stare tranquillo. Ogni mattina si levava un coro di insulti contro di me. Ma non erano solo le urla a farmi male: ricordo quando un ragazzo più grande di me mi ha preso a calci e pugni, immobilizzandomi. Perché lo ha fatto? Tuttora non lo so. Non c’era un motivo. Così come non ce n’erano quando hanno preso a pugni il mio braccio e poi lo hanno messo a contatto con un accendino incandescente. Quella volta sono finito al pronto soccorso, mentre i miei “carnefici” sono stati costretti a svolgere lavori socialmente utili a scuola. A 15 anni ho lasciato gli studi. Volevo lavorare, ma a quell’età nessuno mi assumeva. Oggi lavoro in un supermercato e sono una persona nuova. Non ho vinto del tutto le mie paure; a volte gli spettri del passato tornano prepotentemente nei miei pensieri, ma cerco di circondarmi delle persone che ritengo simili a me. Ho una ragazza, degli amici e, soprattutto, tanta voglia di sorridere alla vita.

Cristina Passias, 19 anni.

Cristina Passias,studentessa di Peia (Bergamo). Frequentavo la quinta elementare quando sono diventata, mio malgrado, il bersaglio di alcuni ragazzini prepotenti . Tutto è nato da un litigio con la mia migliore amica di allora. Da quel momento, lei e  altri bambini hanno iniziato a prendersi beffa di me. Mi dicevano che ero troppo bassa, secchiona, che il mio cognome di origine greca era buffo, che i miei occhiali erano orribili. Io incassavo i colpi e tornavo a casa senza dire una parola. Mi isolavano, mi ignoravano come se avessi la peste. E’ andata così per tutta la quinta elementare. In prima media sentivo di avere davanti a me una nuova possibilità.  Quello, in effetti, è stato un anno tranquillo. Con la classe avevo un buon rapporto e pensavo che non avrei più avuto nessun problema a socializzare con gli altri. Mi sbagliavo. L’anno successivo, alcuni dei miei ex compagni delle elementari hanno iniziato a diffondere brutte voci sul mio conto, così mi sono ritrovata ancora una volta a combattere contro i pettegolezzi.  Quel film del quale ero stata mio malgrado protagonista si stava ripetendo. Agli insulti in classe e tra i corridoi della scuola, presto si sono aggiunti quelli sui social network. Grazie all’aiuto di un’insegnante sono riuscita a smascherare la responsabile di alcuni messaggi ingiuriosi, ed è così che l’incubo bullismo nel quale ero finita da alcuni anni è finito. Rimanevano, però, le mie paure e insicurezze. In una vita quotidiana senza amici, l’unica cosa che mi faceva sentire bene era la Tv. Passavo delle ore a seguire programmi per ragazzi. E’ stato così che qualche anno fa,  guardando Io canto, il talent show di Canale 5, mi sono appassionata alle storie di alcuni dei concorrenti, tra l’altro miei coetanei.  Un giorno ho deciso di scrivere una mail a uno di loro, Mirco Pio Coniglio, che vive vicino al mio paese. Oggi questo giovane dai modi gentili e garbati è il mio migliore amico. Sa ascoltarmi, sa darmi dei consigli, e mi ha aiutato a credere in me. E’ grazie alla sua amicizia speciale che non ho paura degli altri. Di quelli che fanno i forti, ma che in realtà hanno tante insicurezze dentro di sé.

Milano. Emanuela Procopio, 22 anni.

Emanuela Procopio, studentessa  di Milano. Ho sempre fatto i conti con un fisico un po’ abbondante che mi accompagna sin dalla scuola materna. All’ età di sedici mesi sono stata operata al cuore per una malformazione congenita e le successive cure al cortisone hanno fatto gonfiare il mio corpo di bambina. E’ stato allora che alla scuola materna hanno iniziato a prendermi in giro. “Sei grassa!”, urlavano gli altri bambini, e io mi sentivo sempre più sola e incompresa. Alle elementari mi davano della cicciona, ma ormai ero quasi assuefatta al disprezzo dei miei coetanei. Il culmine di tanto odio è stato raggiunto in seconda media: al saggio musicale di fine anno, dopo aver suonato il violino, e aver vinto la paura di esibirmi in un teatro gremito, un ragazzino mi ha invitata ad andare con lui e altri coetanei sul terrazzo dell’edificio. Ero talmente lusingata da quell’ invito, che ho accettato volentieri. Una volta lì, non vedevo niente perché fuori era buio. Sentivo alcune voci, ma non riuscivo a scorgere i volti. Ricordo solo che hanno iniziato a sferrarmi calci e pugni. Poi il vuoto. Ho perso i sensi e quando mi sono ripresa intorno a me non c’era più nessuno. Intanto mia madre mi aveva cercata per tutto il teatro ed era disperata. Quando l’ho vista avevo solo un gran bisogno di abbracciarla, ma ho dovuto fingere che tutto andasse bene. “Dove sei stata? E’ da un’ora che ti cerco per tutto il teatro”, urlava. “Mamma, scusami, non mi sono resa conto del tempo che passava. Mi ero fermata a chiacchierare con alcuni amici”, ho mentito quella volta. Quell’ estate l’ho vissuta con il ricordo di quella sera, di quei calci che mi colpivano senza sosta, di quelle risate sadiche.  Mi vergognavo e temevo che confidandomi con mia madre avrei subito ritorsioni più gravi dai miei conoscenti. Solo dopo circa un anno ho trovato il coraggio di confessarle cosa era successo quella sera. Parlare con lei mi ha fatto bene, a volte mi chiedo come mai non l’ho fatto prima. Oggi frequento il terzo anno di un istituto professionale socio sanitario e con i miei compagni di classe vado d’accordo. Quando qualcosa non va cerco di parlare e confrontarmi con loro, piuttosto che chiudermi in me stessa. Sono una persona nuova. Tutto il resto fa parte del passato.

Juri Cervato, 25 anni.

Juri Cervato, addetto alle vendite di Gorla Maggiore (Varese). Il mio incubo è iniziato in prima elementare e si è concluso in seconda media. Dalla nascita, ho un problema alla bocca, la masticazione inversa e incrociata, e questo mi ha causato diversi problemi, soprattutto nel relazionarmi con gli altri. Alle elementari, quando leggevo o parlavo, i miei compagni mi prendevano in giro imitando le mie espressioni facciali. La mia arma di difesa era la solitudine: rifiutando il confronto con gli altri mi sentivo al sicuro. Ero sempre e comunque il bersaglio preferito dei miei coetanei, la valvola di sfogo di quei bambini apparentemente innocui, ma capaci di uccidermi con le loro parole e i loro atteggiamenti di sfida. Io non osavo ribellarmi perché temevo che anche solo dicendo una parola mi avrebbero picchiato. Una volta ci hanno provato: al parco, un gruppo di ragazzini ha iniziato a insultarmi, sferrandomi calci e pugni. Sono riuscito a scappare, ma più passavano i mesi, più la loro cattiveria nei miei confronti peggiorava. Una volta hanno preso la mia testa sbattendola contro il muro. Ai miei genitori non raccontavo nulla, solo in terza media ho trovato il coraggio di confidarmi con loro, fino ad allora mi ero tenuto tutto dentro. La mia rinascita è avvenuta alle superiori, in un istituto professionale dove ho conseguito la qualifica di addetto alle vendite. Lì nessuno sapeva chi fossi. Per i miei compagni ero Juri, non uno sfigato. Con il passare del tempo sono riuscito ad instaurare le prime amicizie della mia vita. All’inizio ero scettico, tendevo a non fidarmi, poi mi sono lasciato andare e ho dato fiducia a quelli che oggi sono i miei veri amici.

Pubblicazione sul settimanale GENTE

Pubblicazione sul settimanale OGGI

 

Contatti utili

www.acbsnoalbullismo.it

 

 

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