Felice Tagliaferri, lo scultore cieco che dà forma ai sogni

 

Cesena. Lo scultore non vedente, Felice Tagliaferri nel suo studio.

 

Servizio di Linda Marino | Fotografie Michela Taeggi

“Per vostro figlio non c’è niente da fare, fra qualche mese perderà totalmente la vista”. E’ il 1983 quando, come un pugno nello stomaco, arriva la diagnosi che cambierà la vita di un ragazzino di 14 anni, Felice Tagliaferri, affetto da una malattia degenerativa della cornea. Felice, oggi 51 anni, in quel periodo viveva in un quartiere popolare di Bologna con i genitori e i suoi quattro fratelli. Una famiglia umile, proveniente dalla Puglia, che aveva già dovuto affrontare le difficoltà comuni a chi si trasferisce in un posto nuovo e lontano dal proprio. Quando Felice si ammala, la medicina deve compiere ancora molti passi in avanti e, come se non bastasse, la sua famiglia non ha gli strumenti culturali ed economici per assisterlo in questa fase delicata della sua vita. “Per due anni mi sono chiuso in casa”, ricorda. “Non accettavo la cecità, non volevo più parlare con nessuno. Ero arrabbiato, e i miei genitori non mi capivano. Poi, un giorno, ho deciso che non potevo più andare avanti in quel modo, così ho ripreso a praticare judo, lo sport che avevo intrapreso da bambino, tirando fuori tutto il dolore che avevo dentro”. Felice torna alla vita, sì, ma la rabbia diventa sua fedele compagna. “Ero molto aggressivo, all’inizio giravo da solo per il mio quartiere senza il bastone perché temevo che i miei coetanei mi prendessero in giro. Poi un amico mi ha fatto capire quanto sia importante segnalare agli altri la propria fragilità, e così ho cominciato a usarlo.  Incontravo spesso dei tipi poco raccomandabili, ma non mi facevo intimorire: alla prima occasione, sferravo un pugno, proprio come ho fatto a 17 anni con un ragazzo che mi ha minacciato di spararmi. Ad oggi, non so se avesse davvero una pistola con sé, ma io dovevo difendermi”. Nonostante le difficoltà, Felice inizia ad apprezzare tutto quello che ha a che fare con la manualità. Lavora prima in un negozio di antiquariato, poi in campagna, ma non abbandona gli studi e si diploma come assistente all’infanzia. Infine, ottiene un impiego alle poste di Bologna. A 24 anni, la svolta: “Ho risposto a un annuncio dello scultore bolognese Nicola Zamboni, allora docente dell’Accademia delle Belle Arti di Brera, che cercava persone non vedenti per verificare se la cecità potesse rappresentare un ostacolo nel mondo dell’arte”. Quell’incontro gli cambia la vita: frequenta la bottega di Zamboni, imparando a usare diversi materiali, come il marmo, la pietra, la creta, fino a realizzare le prime sculture. Da ostacolo, il buio diventa terreno fertile dove le sue opere prendono forma. “Mi sono diplomato come maestro d’arte presso l’istituto d’Arte di Ancona e alcuni anni dopo sono arrivate le prime collaborazioni di prestigio”. Nel 2006, ha inaugurato la prima scuola di arti plastiche al mondo diretta da uno scultore non vedente. Si chiama “Chiesa dell’Arte”, non ha una sede fissa, ma è itinerante.  Tra i posti in cui ha insegnato, vi sono il museo Guggenheim di Venezia, i Musei Vaticani e l’Accademia di Brera. “I miei allievi sono tutti coloro che vogliono approcciarsi all’arte, guardandola con le mani”, spiega con orgoglio.

Cesena. Lo scultore non vedente, Felice Tagliaferri nel suo studio.

Oggi Felice Tagliaferri, che vive a Cesena, dove ha sede il suo laboratorio-atelier  e si trovano le sue opere quando non partecipano a mostre ed eventi, vanta un assistente d’eccezione, il figlio Alberto, di 9 anni. “Quando realizzo un’opera lui è molto critico: controlla che le orecchie siano della stessa dimensione, mi bacchetta su eventuali imperfezioni, ma alla fine io seguo sempre il mio istinto, anche perché, se dovessi ascoltare i giudizi degli altri, starei sempre a modificare le mie sculture”.Dietro i suoi lavori, c’è il doppio della fatica di uno scultore vedente. “Proprio così, pretendo molto da me stesso e non voglio che le mie opere siano apprezzate per pietismo, ma perché sono davvero belle e perfette”, racconta. Il suo slogan è “Dare formai ai sogni”. Il suo obiettivo è quello di rendere l’arte fruibile a tutti. Le sue creazioni sono sculture non viste, che nascono dall’uso sapiente delle mani. “Prima di forgiare la statua di una donna incinta, esploro con le mani il ventre di donne in dolce attesa. Così facendo, memorizzo nella mia mente ogni piccola sfumatura di questa parte del corpo. Faccio la stessa cosa quando mi preparo a scolpire il viso di un uomo o di una donna: prima studio con il tatto quello di una persona a me vicina, poi cerco di riprodurla”.

Cesena. Il Cristo Rivelato, la scultura più famosa dello scultore non vedente Felice Tagliaferri.

La sua opera più famosa nasce da una sfida personale, una voglia di riscatto. “Nel 2008 andai a Napoli nella basilica di Sansevero. Chiesi ai custodi di toccare il Cristo Velato dello scultore settecentesco Giuseppe Sanmartino perché, non potendolo vedere, era l’unico modo per conoscerlo, ma loro me lo proibirono. Quel divieto fu una miccia che si accese dentro di me, spingendomi a lavorare a un’opera realizzata attraverso la capacità tattile. Tornato a casa, basandomi sui racconti e sulle descrizioni di chi aveva visto l’opera, mi sono messo al lavoro, e nel 2010 ho presentato il mio “Cristo RiVelato”, una copia della scultura di Sanmartino, del peso di diciotto quintali e lunga quasi due metri”. Una scultura di marmo pensata per chi non può ammirare l’arte con la vista, ma può leggerla con le mani, e di cui Felice è molto orgoglioso perché  nel 2011, ad Ancona, è stata persino benedetta dal pontefice Benedetto XVI”. La creazione alla quale è più legato ritrae la sua compagna con il loro bimbo di tre mesi in braccio. Felice è un fiume in piena. “Sto lavorando a una scultura che mette al centro  la figura della donna. Mi sono ispirato alla Pietà di Michelangelo e ho voluto ribaltarne i ruoli. Nella mia opera, la “Pietà ribaltata”, è Cristo che sorregge la Madonna, vista come il simbolo della donna che va protetta e sostenuta”.

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