Con una laurea alla Bocconi, nessuno mi assume perché sono apolide

Dari Tjupa ha 36 anni ed è solo al mondo. Una laurea in Economia alla Bocconi di Milano, alla quale  è riuscito a iscriversi grazie a una borsa di studio per merito, non ha genitori – la madre l’ha persa un anno fa –  parenti, né una carta di identità. E’ un apolide, cioè, privo di qualsiasi cittadinanza, e per anni è stato un fantasma per le istituzioni. Nel 2018 potrebbe ottenere finalmente la tanto agognata cittadinanza italiana, ma affinché ciò avvenga, dovrà avere guadagnato, negli ultimi tre anni, novemila euro. Al momento, però, ne ha racimolati solo duemila. “Purtroppo non riesco a trovare un lavoro perché quando ai colloqui dico che sono un apolide, pensano che assumendomi possano avere dei problemi. C’è molta ignoranza in merito. E ora rischio di vedere sfumare questa grande opportunità: se non guadagno settemila euro entro la fine del 2017, trovò aspettare altri tre anni, prima di diventare cittadino italiano”. C’è un velo di malinconia negli occhi di Dari. La sua vita non è mai stata facile e ora deve superare questo altro grande scoglio. Ma qual è la sua storia? Nato nell’ex Unione sovietica, ha lasciato l’Estonia nel 1995, insieme a sua madre, per tentare la fortuna a Milano, dove vive tuttora. Un anno dopo, si era recato a Roma, all’ambasciata estone, per richiedere la cittadinanza al suo Paese,  ma non essendovi più residente, non gli era stata concessa, anche perché aveva superato un limite di legge per rivendicarla. Da quel momento, Dari inizia a sbattere contro il muro della burocrazia italiana. Nel 2000 avanza il riconoscimento dello status di apolide alla prefettura di Milano, condizione essenziale per richiedere, dopo cinque anni, la cittadinanza italiana, ma quella domanda viene accolta solo nel 2013. “Non ho mai capito come mai ci sia voluto tutto questo tempo per vedere riconosciuto un mio diritto civile, forse un buco nella legislazione italiana riguardo l’apolidia, chissà”.  Una strada tortuosa, la sua, da cui ancora non si vede la meta. Ma come è cominciato tutto? “Quando siamo arrivati in Italia, mia madre, cittadina estone, ha ottenuto subito il permesso di soggiorno, mettendo su, nell’appartamento preso in affitto, un piccolo laboratorio tessile, mentre io ho dovuto aspettare molti anni prima di poter godere di alcuni diritti civili”.

Nonostante la sua situazione burocratica non fosse tra le più chiare, Dari è comunque riuscito a conseguire il diploma al liceo linguistico Alessandro Manzoni di Milano e a concludere il percorso di studi con una laurea all’Università Bocconi, che è riuscito a frequentare anche grazie agli aiuti economici offerti dalla madre. Di periodi difficili, per Dari ce ne sono stati tanti, troppi. Nel 2011, la piccola attività tessile che la madre aveva allestito in casa è entrata in crisi, così, chiuso il laboratorio, i due si sono ritrovati senza soldi e alle prese con uno sfratto per non aver pagato le ultime rate dell’affitto. Senza un tetto né un lavoro, per Dari si è aperto un baratro di disperazione: Nessuno mi offriva un’occupazione perché per lo Stato ero invisibile. Grazie al permesso di soggiorno potevo continuare a frequentare l’Università, ma non potevo lasciare l’Italia perché non avevo il diritto di viaggiare, così mi sono ritrovato a vivere come un clochard”. Dari e sua madre iniziano a dormire prima negli aeroporti milanesi, poi sulle panchine della stazione centrale e, infine, alla Caritas ambrosiana. “Lì ho trovato un ambiente fortunatamente sereno, che mi ha permesso non solo di mangiare e di lavarmi, ma anche di studiare e di prepararmi per gli esami”. Sì, perché nonostante Dari si fosse ridotto a vivere come un senzatetto, non ha mai abbandonato, neanche per un secondo, il sogno di laurearsi. E così, nonostante per la società fosse solo un fantasma, con grande dignità e tenacia trovava sempre il modo d frequentare le lezioni e di stare al passo con il programma. “Studiavo molto, ma mi ero anche chiuso in me stesso, non avevo amici, figuriamoci una fidanzata perché non avrei potuto offrirle niente”. Poi, finalmente, la laurea, conseguita nella primavera del 2013, appare come un barlume di luce in quella vita troppo sfortunata.  “Ho discusso la tesi sulle “migrazioni interne in Italia negli anni del miracolo economico”, e mi hanno proclamato dottore in ‘Economia delle istituzioni e dei mercati finanziari’ con 106 su 110. Sono riuscito a laurearmi perché l’Università Bocconi aveva compreso sin dall’inizio la drammatica situazione in cui mi trovavo, e così mi ha esentato dal pagare le rette annuali. Nello stesso periodo, ho finalmente ottenuto la certificazione di apolidia, grazie alla quale  mi è stato concesso il permesso di viaggiare e quindi la possibilità di cercare un lavoro regolare”. Negli ultimi quattro anni Dari ha svolto diversi lavori: un tirocinio a Londra presso la Bnp Paribas, una sostituzione nell’ufficio prodotti di Banca Aletti, e ancora, impiegato alla Trenord e coordinatore di una residenza per studenti a Milano. Sempre contratti brevi che le aziende, anche le più grandi, non hanno mai tradotto in un’assunzione a tempo indeterminato perché è un apolide. Ora Dari vive grazie ai risparmi messi da parte in questi ultimi anni, ma non si arrende e spera che qualcuno prenda a cuore la sua storia, offrendogli un lavoro, almeno fino alla fine del 2017. E, naturalmente, sogna di crearsi una famiglia, per non sentirsi mai più solo.

Testo di Linda Marino | Fotografie di Michela  Taeggi

 

 

 

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