La montagna dà ancora i suoi frutti, così noi non la abbandoniamo

Linda Marino | Fotografie Michela Taeggi

Che facciano parte delle Alpi o degli Appennini, poco importa: le zone montane si stanno spopolando: ospitano solo un quinto della popolazione italiana. A risentirne, sono i settori dell’agricoltura, allevamento e turismo. Nel 2016, una ricerca condotta da CER (Centro Europa Ricerche) e TSM (Trentino School of Management), dal titolo  “La montagna perduta. Come la pianura ha condizionato lo sviluppo italiano”, ha messo in evidenza alcuni dati circa l’esodo dalle montagne.

Dal report è emerso che la popolazione italiana negli ultimi 60 anni è aumentata di circa 12 milioni di persone: la pianura è cresciuta di 8,8 milioni di residenti; la collina di circa 4 milioni, mentre la montagna ha visto la popolazione diminuire di quasi un milione di persone, esattamente 900 mila. Il motivo di questo divario? Nei territori più elevati, la continua richiesta di servizi da parte dei residenti sembra non essere soddisfatta. Le politiche locali non riescono a garantire, a causa di un maggiore costo delle opere, scuole, ospedali e trasporti pubblici vicini alle abitazioni. E i residenti non hanno più intenzione di macinare chilometri per recarsi al lavoro o per sottoporsi a cure mediche. Di questo quadro sconfortante si dissociano due regioni, il Trentino-Alto Adige e la Valle d’Aosta, dove si è registrato un aumento della popolazione dovuto a un buon funzionamento dei servizi e a un perfetto stato delle infrastrutture.

Nonostante i dati siano scoraggianti, c’è un segnale di ottimismo che si palesa nelle intenzioni di chi le montagne non vuole proprio lasciarle. Sorprendentemente, sono giovani che restano fedeli al proprio territorio, malgrado le difficoltà economiche. Non vanno in cerca di fortuna altrove perché sostengono che la montagna possa offrire loro una vita soddisfacente; valorizzano le risorse presenti e cercano sinergie con la natura, sfruttando quest’ultima nel pieno rispetto. Guadagnano in media 1500 euro al mese e hanno dai 20 ai 40 anni. Spesso lavorano sette giorni su sette e le ore di lavoro non si contano neppure. Noi abbiamo incontrato quattro giovani che, nonostante le difficoltà, hanno scelto di vivere in valle, dove sono nati.

Adriano Galizzi, 28 anni, di Leffe, in provincia di Bergamo, è un imprenditore agricolo: produce il mais spinato di Gandino.

Leffe (bg). Adriano Galizzi, 28 anni, di Leffe, in provincia di Bergamo,
è un imprenditore agricolo: produce il mais spinato di Gandino.

Non sono figlio di agricoltori, ma fin da piccolo sono stato affascinato dalla natura, tant’è che dopo la laurea in Economia Gestionale, conseguita nel 2014 al Politecnico di Milano, ho deciso di dedicarmi alla campagna. Già mentre frequentavo l’Università avevo iniziato ad appassionarmi di agricoltura biologica. Così, terminati gli studi, ho avviato la mia piccola attività agricola a Leffe, in provincia di Bergamo, riproponendo sul mercato un antico cereale, il mais spinato di Gandino, una varietà ormai dimenticata. Ho iniziato così a collaborare con un’associazione che si occupa di rilanciare questo antico seme autoctono e a partecipare alle attività per tutelarlo e valorizzarlo. Nel 2011 ho iniziato a coltivare il mais spinato di Gandino su un piccolo appezzamento di terra e poi, pian piano, ho aumentato la superficie. Il mio primo raccolto nel 2014 è stato di 4000 kg. Nel settembre 2016 ho acquistato le attrezzature necessarie e ho allestito un laboratorio specializzato nella produzione di farina per polenta, grissini dolci e soprattutto gallette. Queste ultime sono realizzate lavorando il mais a chicco intero, a differenza di quelle che si trovano sul mercato, prodotte partendo dal mais degerminato, decorticato e spezzato in parti uguali. La raccolta del mais avviene a mano e questo ci permette di avere un prodotto qualitativamente perfetto ed integro, perché i profumi e le proprietà si conservano tutti. Mi reputo fortunato perché sono sostenuto da tre giovani che lavorano, come me, con passione ed entusiasmo.

 

Matteo Rodari, 40 anni di Valbondione, in provincia di Bergamo, fa il guardiacaccia nella locale riserva faunistica.

Matteo Rodari, 40 anni di Valbondione, in provincia di Bergamo, fa il guardiacaccia nella locale riserva faunistica.

Vent’anni fa, appena finita la scuola superiore, ho frequentato un corso per accompagnatore di media montagna, intorno al Comune di Valbondione, in provincia di Bergamo. Conseguito l’attestato, per due anni ho fatto conoscere il territorio ad adulti e bambini. In quel periodo, con la mia famiglia abbiamo preso in gestione un ostello a Valbondione con pista da sci annessa. Un lavoro che abbiamo svolto con dedizione per dieci anni. Sebbene non avessimo più del tempo per noi, eravamo gratificati dalla nostra attività. Nel 2003 ho lasciato l’attività di famiglia diventando guardiacaccia, figura professionale che si occupa tutelare e salvaguardare la fauna selvatica. Quello in cui mi muovo e trascorro le mie giornate è un piccolo mondo chiuso a 2000 metri di altezza. I primi anni usavo la moto per raggiungere il posto di lavoro, poi a piedi e da quattro anni salgo in groppa a una mula. Un viaggio dal sapore antico, fatto di passi lenti che ti fanno sentire in piena sintonia con la natura.

Alla montagna dedico quasi tutta la mia vita. Non guardo mai l’orologio. Nei periodi in cui la caccia è aperta ci possono essere numerosi imprevisti. Spesso i turisti o semplici passanti ci segnalano degli stambecchi, la cui ricerca si protrae spesso fino a pomeriggio inoltrato. In inverno, invece, tutto rallenta, le giornate si accorciano, i ritmi degli animali cambiano e le mie giornate lavorative si concludono nel primo pomeriggio. Ecco, in questa stagione la montagna sembra assopirsi.

Sono i momenti dell’anno in cui ci si trova da soli e si ha più tempo per riflettere, fare ordine tra i propri pensieri.

Recentemente mi hanno offerto di trasferirmi in una bellissima riserva in Toscana, ma ho deciso di restare qui, dove ci sono le mie radici.

 

Nicola Castelli, 20 anni, di Castione della Presolana, in provincia di Bergamo, gestisce il rifugio Rino Olmo.

Nicola Castelli, 20 anni, di Castione della Presolana, in provincia di Bergamo, gestisce il rifugio Rino Olmo.

Ho studiato all’Istituto Tecnico per Geometri, ma alle righe e ai compassi ho sempre preferito la montagna. Una passione trasmessa dai miei genitori. Mia madre è istruttrice di sci. Mio padre, socio del Cai (Centro Alpino italiano), mi ha sempre portato con lui ad esplorare luoghi solitari e bucolici. Sei anni fa la mia famiglia ha preso in gestione il rifugio Rino Olmo in alta Val Seriana. Ed è qui che trascorro le mie giornate. Non potrei mai andarmene. La stagione turistica inizia ad aprile, con il trasporto dei primi carichi di fornitura con l’elicottero, per poi aprire i battenti a giugno e chiuderli a novembre. La giornata inizia alle 7, una fugace colazione e poi subito a preparare piatti succulenti per gli ospiti che arriveranno. A volte prima dell’ora di pranzo riesco a fare anche una passeggiata nei dintorni. Dopo pranzo, se occorre,  scendo in valle a cavallo per fare approvvigionamenti. Dopo un’ora dal rifugio arrivo circa a metà strada, poi proseguo il cammino a bordo della  mia jeep. Io e la mia famiglia lavoriamo 24 ore al giorno, isolati dal mondo. Ma non ci sentiamo mai da soli. Al rifugio incontriamo persone che vengono da ogni parte d’Italia e che condividono la nostra stessa passione per la montagna. Mi piace chiacchierare con loro, ascoltarne le storie. Gli unici momenti in cui vengo preso dallo sconforto sono quelli in cui, a causa del maltempo, restiamo senza internet e Tv. La montagna dà molto ma toglie altrettanto, però questo fa sì che si cresca apprezzando le piccole cose che si hanno a disposizione, come una bella giornata di sole. Cosa voglio fare in futuro? Vorrei diventare sciatore di fondo  professionista, sport che pratico da quando avevo 5 anni. Chissà, magari riuscirò a entrare in un corpo militare come sportivo e cosi potrei portare avanti la mia passione. Se mi dovesse andare male come sportivo ho un piano B: gestire un rifugio da solo, senza la mia famiglia. Su una cosa sono sicuro: amo la montagna e da qui non me ne vado.

 

Paolo Bonalda, 28 anni, allevatore di Clusone, in provincia di Bergamo.

 

Paolo Bonalda, 28 anni, allevatore di Clusone, in provincia di Bergamo.

Da piccolo sono cresciuto in mezzo agli animali. Nella mia famiglia sono allevatori da tre generazioni. Ricordo che di studiare non ne volevo sapere, speravo di crescere in fratta per poter guidare il trattore e allevare le mucche. Ho frequentato un solo anno di scuola superiore, un Istituto meccanico, poi ho abbandonato gli studi per andare a lavorare. E dire che avevo trovato lavoro in una fabbrica, ma l’idea di trascorrere intere giornate in un luogo chiuso non mi allettava.  Vivo da sempre a Clusone. Il mio rapporto con questi luoghi è conflittuale. Mi piace vivere qui, ma la vita che ho scelto è faticosa e piena di sacrifici, così a volte penso che sarebbe stato meglio vivere in pianura. Mi alzo prima delle cinque e inizio a mungere, poi faccio il formaggio, porto le mucche al pascolo, vado a casa e mangio. Il pomeriggio come la mattina. Il film si ripete. La sera, dopo cena, torno in roulotte dove passo la notte per vigilare sulle mucche, che dormono al pascolo. In inverno, gli animali sono nella stalla e io posso dormire in cascina. Ogni giornata finisce alle 22. Di ferie nemmeno l’ombra. L’ultima volta che sono andato in vacanza è stato otto anni fa. Questa vita mi ha assorbito. Qualcuno mi chiede chi me lo fa fare. Io rispondo che mi piace troppo, provo una grande passione e forse è per questo che riesco a reggere il ritmo del lavoro. La mia è come se fosse una vocazione: ho scelto di fare l’allevatore ma ho sacrificato tante altre cose. Vivere a contatto con la natura e provare soddisfazione quando si produce un buon formaggio o si fa nascere un vitellino sono tutte emozioni per cui vale la pena andare avanti. Continuerò a fare questo lavoro nella speranza che in futuro cambino un po’ le cose per stare un po’ meglio. I prezzi dei formaggi sono ancora troppo bassi sul mercato, il mangime è troppo caro. Ogni tanto penso di voler cambiare lavoro, poi penso a quello che lascerei e mi dico che non potrei mai farlo. Ho un ricordo impresso nella memoria: avevo circa cinque anni e mio padre voleva vendere le mucche. Piansi per tre notti di fila, mi dispiaceva troppo. Le tenne ancora.

 

 

 

 

 

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