Qui dentro l’Aids non ci fa più paura

Lino, Domenico, Pasquale. Vivono sotto lo stesso tetto insieme ad altre sette persone. Fra loro si guardano, parlano, si scambiano sguardi d’intesa, come fossero una famiglia. Non sono parenti, ma lottano contro uno stesso nemico, il virus dell’Hiv.

Si sono ammalati in periodi diversi e per motivi differenti, finché il caso li ha portati in via Camaldoli 6, in una zona periferica di Milano, costeggiata dal fiume Lambro. Qui, in un edificio dall’intonaco rosa antico, circondato da un ampio giardino, ha sede la comunità alloggio San Genesio, finanziata dalle Asl della Lombardia, una struttura residenziale in grado di accogliere persone sieropositive e affette da Aids, prive del supporto familiare e bisognose di assistenza.
Aperta nel 1993, in un paese della provincia di Lecco, dal mese di settembre del 2004 la sede è  stata trasferita nel capoluogo lombardo. Ad accogliermi, è Paolo Salituro, 45 anni,  coordinatore educativo.

 

Milano. Giorgio, 42 anni, malato di Hiv.

“Vede, questa casa per i nostri dieci ospiti, nove uomini e una donna, è una seconda opportunità di vita. Molti di loro sono arrivati qui  stremati, senza un soldo in tasca e privi di  una famiglia alle spalle, poi, con le cure adeguate sono tornati a vivere”. Difficile, per chi sta bene, capire come possa essere la vita di una persona affetta da Hiv. “Una volta contratto il virus”, spiega Paolo Salituro, “insorgono una serie di complicazioni che possono colpire organi come il cuore, il fegato, il pancreas, e per questo motivo alcuni dei nostri ospiti non potrebbero vivere da soli, ma hanno bisogno di assistenza continua”.

Ad oggi, purtroppo, dall’Hiv non si guarisce, ma dalla metà degli anni Novanta, sono stati sperimentati dei trattamenti per rallentare il decorso della malattia: l’uso contemporaneo di 3 o più farmaci detti “antiretrovirali”. Una terapia chiamata “triplice” o HAART (Highly Active Anti-Retroviral Therapy), in italiano TARV.  Il suo scopo è quello di stabilizzare e controllare il virus nel sangue, riducendone la quantità circolante. Così facendo, rimane “silente” per un periodo di tempo indefinito.

Ed è da qui che si riparte, che si ricomincia a vivere. Come succede in questa villetta, una realtà parallela a quella che si snoda fuori, fra il traffico cittadino e i problemi di sempre. Fra queste mura, si incrociano le vite e i percorsi di persone uguali e diverse, ognuna delle quali svolge i propri compiti come fosse a casa propria. Sono appena passate le 14 di un venerdì di novembre, quando mi fanno accomodare in una stanza piena di quadri dipinti a mano e oggetti realizzati attraverso la tecnica decorativa del decoupage.  “Questa non è una clinica”, tiene a precise Salituro, “qui i nostri assistiti si autogestiscono. Vede questi arnesi? Li hanno realizzati loro, poi li vendiamo nelle fiere di paese e con il ricavato compriamo quello che ci serve. Abbiamo bisogno fondi; ognuno dei nostri ospiti percepisce una pensione di invalidità di 280 euro mensili. Se le Asl non finanziassero la cooperativa, questa gente non arriverebbe a fine mese”.

La giornata dei 10 ospiti della comunità di via Camaldoli inizia alle 8. Dopo essersi lavati e vestiti, preparano la colazione, puliscono le stanze comuni e si occupano del pranzo. C’è chi non riesce ad alzarsi dal letto, e in quel caso, è il  personale a prendersi cura di loro: un infermiere, 4 educatori e 3 operatori socio sanitari.

Milano. Roberta, malata di Hiv.

E’ assente la figura del medico perché sono gli stessi pazienti a recarsi, periodicamente, nelle Asl di provenienza, accompagnati dal personale dell’alloggio. “Ogni ospite può stare da noi due anni, prorogabili, se è necessario, dall’Asl. In questo periodo cerchiamo, in una prima fase, di migliorare le loro condizioni di salute, e infine, negli ultimi mesi, di preparare il loro ritorno nella società, ad esempio, ripristinando il rapporto con le famiglie”. E quando queste ultime non ci sono, cosa accade? “Di certo non li abbandoniamo”, tiene a sottolineare il referente della Casa alloggio San Genesio, “la cooperativa La Strada, della quale la nostra comunità fa parte, possiede alcuni appartamenti nella provincia di Milano, che a volte destiniamo a chi non ha un posto dove andare”.

All’interno della struttura, le giornate sono scandite da momenti di confronto, in cui si parla di tutto, dalla spesa da fare, alle vacanze da programmare (in estate, gli ospiti vengono portati una settimana al mare ndr), ai pranzi da organizzare con i parenti. Ma spesso, si parla anche della propria vita, di ciò che si era prima di varcare quella soglia, e di ciò che si è diventati. Inizialmente timidi e quasi timorosi, si lasciano andare quando si tratta di spiegare cosa significhi  per loro la comunità.

 

Milano. Pasquale, malato di Hiv.

Lino, 61 anni di origini siciliane,  è entusiasta.  “Ero arrivato qui nel 2011 che non mi reggevo in piedi, gli operatori mi facevano la doccia e mi imboccavano in camera, poi nel 2013 me ne sono andato con le mie gambe. Con tutte le cure che ho fatto, ora mi sento molto meglio Adesso vivo a casa mia, a Milano, ma la mattina, appena alzato, il primo pensiero va ai miei amici della casa alloggio, così vengo ogni giorno a dare una mano: lavo i piatti e sistemo le stanze comuni, come la cucina o la sala relax”. Domenico, 48 anni, anche lui origini siciliane, si è ammalato due anni fa. Montava pavimenti in legno con il fratello, poi si è trovato senza né casa né   prospettive. “A causa della malattia, non potevo più pagare l’affitto e così sono rimasto senza un tetto. Poi, sono arrivato qui e sono rinato. Quando uscirò non so dove andrò, sono in attesa di un alloggio popolare, ma mi hanno detto che me lo daranno nel 2017”. E poi c’è Pasquale, 52 anni della provincia di Milano che, orgoglioso, ci parla della sua passione per la poesia. “Ne ho scritte centinaia, se vuole gliene faccio leggere qualcuna”, mi dice. Come deluderlo? Certo che sì. Prima di ammalarsi faceva il panettiere, ora con le sue pizze e le sue focacce delizia gli ospiti e gli educatori della comunità. Ha un figlio che fa il muratore. Ci parla di lui e i suoi occhi si illuminano: “Quando esco di qui mi costruirà una casa dove andremo a vivere insieme, anzi, ha già iniziato”. E’ ora di andare. Mi allontano con il loro sguardo impresso nella mente. Occhi pieni di speranza.

Testo di Linda Marino | Fotografie di Michela Taeggi

 

Contatti utili

Sede: Via Camaldoli 6 – Milano
Referente: Paolo Salituro
Tel. 02.58018673
Email: sangenesio@lastrada.it

Sharing is caring!

Lascia un commento